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“L’infelicità umana dipende da cause esterne e gli individui hanno poca o nessuna capacità di controllare le proprie pene e i propri disturbi”. Albert Ellis (Ellis, 1962, pag. 73)
imagesLa quinta idea disfunzionale individuata da Ellis  “la disgrazia umana ha cause esterne e l’individuo non è in grado di controllare le sue angosce o di liberarsi dei sentimenti negativi” (Ellis, 1962, pag. 73) porta molte volte l’individuo a sentenziare in risposta ad uno stato di disagio, ansia o depressione: “io reagisco così” – “sono fatto/a così” – “è la mia natura, il mio carattere, la mia personalità”. Tali affermazioni sono indicative di come si vorrebbe fosse un’agente esterno a risolvere le nostre difficoltà e i nostri problemi, credendo che siano gli altri o gli eventi esterni a renderc i infelici. Quasi tutte le persone riscontrano delle difficoltà nel gestire le proprie emozioni perché raramente cercano di provarci. La capacità anche solo di riconoscere le emozioni è un processo che va allenato attraverso l’impegno e la dedizione di tempo, con il fine di diventare maggiormente consapevoli di quali siano le nostre emozioni e da cosa esse scaturiscano. Proviamo a considerare quanto tempo viene dedicato dalle persone alla cura del corpo e alla sua salute dal punto di vista fisico, come si è disposti a curarsi ed impegnarsi per un determinato periodo di tempo nella cura del proprio corpo, anche dal punto di vista prettamente estetico, sarebbe altrettanto funzionale riuscire a dedicare del tempo anche alle proprie emozioni, riconoscendole e analizzandole. Sarebbe funzionale smettere di considerare le emozioni, soprattutto quelle negative, come strani processi arcani o come un peso del quale vogliamo disfarci per vederle, invece, come realmente sono, frutto di pensieri, processi, percezioni e valutazioni, con le quali siamo nati e con le quali vivremo tutta la vita. Una giornata è formata da 24 ore e più della metà di queste sono passate in uno stato di veglia, in un mondo ricco di stimoli relazionali, di difficoltà da superare, di preoccupazioni da risolvere, con la mente spesso impegnata a ricordare il passato o proiettata nel futuro. Sette giorni per un totale di 168 ore, questo è l’ammontare orario di una settimana trascorsa, un importo uguale per tutte le persone sulla terra sia per chi riesce ad affrontare i vari momenti con maggiore serenità, sia per quelle persone che invece non riescono a fronteggiare le sfide di ogni giorno in modo funzionale. cycle-of-anxiety-blue-0c880cf121bbd5691fc071a2339df18bPer quest’ultime, ma non solo, la maggior parte delle terapie offre degli incontri con una cadenza settimanale, spesso per un’ora di colloquio; la sproporzione tra le ore di terapia e le ore di vita è notevole. “Sperare che una, o comunque poche ore, di semplice colloquio possano contrastare abitudini ormai consolidate, insegnare capacità mancanti, modificare motivazioni, correggere pregiudizi circa se stessi, il mondo ed il futuro è probabilmente irrealistico”(Rovetto, 2004, pag. XIII). Ciò ci fa capire come sia fondamentale trovare il modo e le strategie per fornire un supporto al paziente durante tutto l’arco della settimana, supporto che non dev’essere invasivo ma un prolungamento della terapia stessa. La possibilità di svolgere gli Homework assegnati dal terapeuta rappresentano la possibilità, da parte del paziente, di interrompere i circoli viziosi che si è creato negli anni assumendo, attraverso la sperimentazione di determinati compiti, un altro punto di vista sulla realtà quotidiana e altri atteggiamenti e/o comportamenti. Sia nel caso in cui l’ Homework venga portato a termine nel modo corretto o non venga svolto adeguatamente il paziente vive un’esperienza diversa da quelle alle quali era abituato. Il paziente riesce così a verificare attivamente, soprattutto nel caso degli Homework comportamentali, quali siano le conseguenze nell’affrontare determinate esperienze e come gli effetti si discostino da quelli da lui temuti. Si giunge quindi ad un fatto reale, vissuto, non più astratto o immaginato ma provato fisicamente, sensorialmente e soprattutto agito, che mette in evidenza le aspettative irrazionali o disfunzionali del paziente. Cruciale diventa anche il fatto che è il paziente stesso che opera il cambiamento, uscendo così dall’idea della “bacchetta magica” del terapeuta che risolve le difficoltà. Il cambiamento è opera del paziente e non è né funzionale né plausibile che qualcuno si sostituisca a lui e alla sua responsabilità nella gestione della propria vita. Partendo da questo presupposto risulta essere più chiaro il significato del termine “psicoterapia attiva – direttiva” coniato dai primi cognitivisti (Ellis, 1962)

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1 Marzo 2017

Una psicoterapia attiva – direttiva

“L’infelicità umana dipende da cause esterne e gli individui hanno poca o nessuna capacità di controllare le proprie pene e i propri disturbi”. Albert Ellis (Ellis, […]